In che misura ci sono stati errori nella progettazione del Pnrr? Era davvero necessario prendere a prestito così tanti soldi per il nostro Paese? Quanto erano realistici gli obiettivi che ci siamo posti? Abbiamo davvero creato le condizioni per realizzare un piano di investimenti pubblici senza precedenti? Saremo in grado di attuare le riforme fondamentali per la riuscita del Pnrr? Come sono ripartite le responsabilità degli errori fra i tre governi che si sono sin qui succediti nella gestione del Pnrr? Quali i possibili correttivi?
A tutti questi quesiti prova a dare delle risposte esaustive il nuovo libro degli economisti, entrambi milanesi, Tito Boeri e Roberto Perotti, PNRR: La grande abbuffata, appena pubblicato da Feltrinelli.

Come annotano i due autori nell’introduzione del volume “l’Italia è di gran lunga il Paese che ha ricevuto più risorse dal programma europeo Next Generation EU che alimenta il Pnrr. Solo una decina di Paesi ha chiesto un prestito, e solo tre di essi – tra cui l’Italia – hanno chiesto il massimo possibile. In totale ci siamo indebitati per ben 123 miliardi, cui vanno aggiunti i 69 miliardi di sovvenzioni, e altri 45 di fondi italiani ed europei. In totale 237 miliardi da spendere entro il 2026, una cifra enorme in tempi strettissimi”.
Per 6,5 euro su 10 si tratta di prestiti – sottolineano Boeri Perotti, ricordando che benché concessi a tassi agevolati, andranno restituiti. La scommessa su cui si regge questa scelta, condivisa da tre governi (il Conte II che ha chiesto il massimo dei fondi senza sapere bene come spenderli; il governo Draghi che pur avendo la possibilità e il capitale politico per frenare il treno in corsa, ha rinunciato a prendere atto della realtà; il governo Meloni che ha fatto alcuni aggiustamenti necessari, ma ha anche ridotto la spesa più importante, quella sull’emarginazione sociale, e ha rimosso gli obiettivi di contrasto all’evasione), è che il Pnrr aumenterà per sempre il tasso di crescita dell’economia italiana.
Nessun governo – avvertono Boeri e Perotti – si è posto il problema di come finanziare la gestione futura degli investimenti. “Oggi sappiamo che il Pnrr è in forte ritardo, ma questo non è il problema principale. Il Pnrr ha un vizio d’origine: troppi soldi, troppa pressione per spenderli a prescindere, troppo poco tempo per spenderli bene. Stanzia cifre assurdamente alte su spese inutili o deleterie ma ‘facili’ come il Superbonus o ‘alla moda’ come il digitale nelle scuole primarie mentre trascura spese necessarie per la nostra società, a partire da quelle per offrire opportunità ai giovani delle periferie urbane. Quasi tutte le maggiori riforme ‘epocali’, da cui secondo i governi dipendeva il successo del Piano, sono ferme al palo, e molte sono state abbandonate prima di partire”.
A questo punto, secondo i due autori, non resta altro da fare che prendere atto della realtà e cominciare a rivedere i piani rendendoli più realistici, e magari riflettere anche sull’opportunità di rinunciare a parte dei fondi presi a prestito. Questo – precisano i due economisti – non vuol dire rinunciare a essere ambiziosi, ma soltanto rinunciare a essere superficiali. Perché il Pnrr si basa sulla grande scommessa di prendere a prestito soldi che si sarà in grado di spendere bene e rilanciare così l’economia. Ma un grave vizio d’origine l’ha resa più simile a una grande abbuffata: prendere più soldi possibile, poi si vedrà. Ora che i conti non tornano, che fare?







