«Vecchio ubriacone», «rincoglionito». Negli ultimi tempi la Rete non ha risparmiato nulla a Francesco Guccini. Reazione dell’artista? Un sorrisetto e un bicchiere di latte mostrato a favore di camera. «Si vede che sono un po’ nervosi», commentava con la solita ironia.
Ma al di là della battuta, l’amarezza resta. Un veleno, quello dei social, che per l’artista segnalava un imbarbarimento mai visto dal dopoguerra in poi. Un linguaggio feroce, incapace di rispettare l’avversario. E dire che Guccini il clima politico duro lo ricordava bene fin dall’infanzia, a partire dalle storiche elezioni del 1948: «C’era un partito comunista feroce, aggressivo. E dall’altra parte i comitati civici di Luigi Gedda, altrettanto determinati».
E sì che suo padre era stato internato nei campi di prigionia tedeschi insieme a Guareschi. Eppure, persino da quell’inferno, si tornava con un’idea diversa del rispetto. Niente a che vedere con certe gazzarre di oggi.
Poi certo, c’è tutta la questione dell’etichetta. Quella storia del “cantautore rosso” che gli hanno appiccicato sopra per una vita intera. Lui però spallucce. E smentite continuous: mai stata la sua casacca, quella del PCI. «Io comunista? Ma se sono un socialista libertario…», andava ripetendo a chiunque provasse ad arruolarlo sotto la falce e il martello.
Le sue scelte? Molto più prosaiche, se vogliamo. La croce sul simbolo del PSI prima, del PD poi. In mezzo, le battaglie sui diritti civili fianco a fianco con i Radicali. Altro che rivoluzione proletaria. Pure La locomotiva, diventata suo malgrado un inno da corteo, nelle sue intenzioni era solo un pezzo che faceva il verso alla canzone anarchica di fine Ottocento. Un gioco stilistico, non un comizio.
Anche con la destra il rapporto è sempre stato strano. Mai di odio, casomai di distanza siderale. Come quel no rifilato senza scomporsi a Giorgia Meloni che lo voleva ospite ad Atreju. O le prese in giro su Bella Ciao indirizzate a Salvini. Satira, diceva lui. Ma senza mai passare il segno.
Alla fine dei conti, l’omaggio bipartisan arrivato alla Camera dopo la sua scomparsa ha chiuso il cerchio. A dimostrazione che la poesia di Pàvana non era roba da tesserati, ma un pezzo di storia che appartiene a tutti.







