Il tribunale di prevenzione di Firenze ha disposto per un anno l’amministrazione giudiziaria di Tessilform, società titolare del marchio Patrizia Pepe con sede a Campi Bisenzio, e di Dixie, marchio di abbigliamento con sede a Signa. La misura, chiesta dalla Procura di Prato, è stata resa nota il 6 novembre 2026 da un articolo del Corriere Fiorentino. Le due aziende non sono indagate.
La misura del tribunale
L’amministrazione giudiziaria dura un anno e le attività restano aperte. È una misura di prevenzione prevista dall’articolo 34 del Codice antimafia, finalizzata a consentire alle aziende di continuare a produrre introducendo controlli e correttivi per eliminare le irregolarità nella filiera. Secondo il Tgr Toscana, il provvedimento rappresenta il secondo caso di amministrazione giudiziaria di questo tipo in Toscana.
Secondo il tribunale, le due società avrebbero colposamente agevolato l’attività di sfruttamento lavorativo attraverso la mancata vigilanza sui fornitori. Le imprese non avrebbero mai verificato la reale capacità imprenditoriale delle aziende affidatarie delle commesse, nonostante i rapporti commerciali consolidati. Gli audit aziendali presentavano anomalie.
La filiera e i lavoratori
Al centro dell’attività di Asl Toscana centro e Guardia di finanza è finita una rete di aziende gestite da una coppia di cittadini albanesi indagati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. Le aziende principali sono Re-Stiro, ditta individuale di stireria, e Alba srl, oggi in liquidazione. Secondo l’accusa, grazie anche a società schermo per abbattere i costi della manodopera, gli imprenditori albanesi avrebbero ottenuto introiti per circa 500 mila euro.

Lo sfruttamento avrebbe riguardato operai albanesi, pakistani e bengalesi. Nel settembre 2025 davanti allo stabilimento Alba si verificò una violenta aggressione contro un operaio bengalese che protestava, con il sindacato Sudd Cobas, per le condizioni di lavoro. Operai e sindacalisti avevano anche occupato per alcune ore la boutique Patrizia Pepe in piazza Duomo a Firenze.
Le conseguenze
Le indagini hanno fatto emergere retribuzioni inadeguate, ritmi di lavoro estenuanti, ferie e riposi negati, contratti collettivi inadeguati e buste paga alterate. In alcuni casi sono stati individuati lavoratori in nero e stranieri senza regolare permesso di soggiorno, costretti ad accettare condizioni di sicurezza e alloggio degradanti. Secondo gli inquirenti, il ricorso a manodopera sottopagata avrebbe permesso di contenere i costi e accelerare l’immissione dei prodotti sul mercato, creando un vantaggio competitivo a danno delle imprese che rispettano le regole. Diciotto lavoratori sfruttati e poi licenziati hanno collaborato con gli investigatori; per loro è stato chiesto il permesso di soggiorno per motivi di giustizia ai sensi dell’articolo 18-ter del Testo unico sull’immigrazione, come riporta La Nazione.
Il procuratore capo Luca Tescaroli ha affermato: «Servono più persone nei reparti investigativi specializzati» e ha aggiunto: «Se vi fosse una più consistente aliquota di appartenenti alla polizia giudiziaria e un organico di procura più adeguati alla realtà criminale di Prato la strategia contro lo sfruttamento dei lavoratori potrebbe espandersi in modo capillare».







