Taranto, 8 novembre 2026. Ciro Totaro, 45 anni, sposato e con due figli, operaio dell’ex Ilva dal 2003, ha spento l’ultimo altoforno dello stabilimento siderurgico. Il racconto delle quindici ore di fermata è stato pubblicato oggi sul sito bari.corriere.it. Con lui erano presenti una dozzina di colleghi secondo i turni, quattro sul campo di colata.
L’altoforno 2, non più alimentato da giorni, si è fermato in via definitiva. Totaro spiega: «La fermata è cominciata attorno alle 10 del mattino ed è durata fino all’1 di notte» e «Quindici ore, compresa l’ultima colata e lo stop alla produzione di ghisa».
Lo spegnimento dell’altoforno
«Si tratta di manovre delicate e da fare con attenzione perché l’altoforno è come una bottiglia alta 60 metri che bisogna svuotare lentamente, senza caricarlo più», racconta Totaro. «Controllando sempre il livello del gas, è stato tolto gradualmente il materiale residuo ancora dentro Afo2».
Si tratta di manovre delicate e da fare con attenzione perché l’altoforno è come una bottiglia alta 60 metri che bisogna svuotare lentamente, senza caricarlo più
Ciro Totaro, operaio dell'ex Ilva
L’impianto ora è vuoto, ma può ancora essere riacceso. Totaro: «Io sono uno dei pochi che ancora andranno in fabbrica per la messa in sicurezza dell’altoforno. Poi mi toccherà, come per gli altri, la cassa integrazione».
Amarezza e futuro incerto
Totaro descrive lo stato d’animo: «Di grande amarezza, quasi di dolore. Dopo averci lavorato tanti anni ci chiedevamo se l’avremmo visto ancora in marcia. Un addio molto complicato». Alla domanda se temesse che sarebbe finita così, aggiunge: «Sì, era nell’aria che questa sarebbe stata la conclusione anche se si sperava di arrivarci già con una soluzione per i prossimi anni. Così non è».
L’operaio esprime incertezza: «C’è l’incognita del futuro. Cosa accadrà allo stabilimento e a noi lavoratori? C’è grande incertezza, non esiste un piano industriale, non sappiamo cosa ci succederà». Secondo Totaro, qualunque sarà il futuro della fabbrica, «rimarranno al lavoro duemila operai a essere proprio ottimisti»; servono tutele, incentivi all’esodo e un piano di risarcimento per il lavoro usurante. Aggiunge che vivere di cassa integrazione con 1.200-1.300 euro al mese è difficile con moglie e figli, spese da sostenere, mutui e bollette che aumentano. «Se i progetti di reindustrializzazione di cui si sente parlare si realizzeranno in tempi lunghi non sarà per nulla facile».
Critiche ai governi e bonifica
Totaro attribuisce responsabilità agli esecutivi degli ultimi quindici anni: «C’era la possibilità di pensare a soluzioni alternative, a una fabbrica non inquinante e che marciasse rispettando le normative, ma non è stato fatto». Sulle bonifiche dice: «Ci hanno promesso di fare tutto, ma non l’hanno fatto. Ora possiamo credere che faranno le bonifiche? E con quali soldi? Io me lo auguro e anche i cittadini di Taranto».
L’operaio si rivolge anche a chi ha chiesto la chiusura: «Chi ha voluto far chiudere la fabbrica ha sofferto, ha avuto lutti, ha ragione e io comprendo. Ma devono pensare che noi abbiamo subito due volte questa situazione perché eravamo dentro la fabbrica che produceva inquinamento e vivevamo in una città inquinata».







