di Michela Dell’Amico

La nostra costruzione più ambiziosa finora. Così Lego lancia un manuale di giocattoli in 10 passaggi, un libretto che non è solo un modellino da comporre. Si tratta in modo ambizioso di “istruzioni per la costruzione di un mondo migliore” in occasione dei cruciali colloqui sul clima COP26, in corso a Glasgow.
Come risultato di ricerche e laboratori condotti con oltre 6mila bambini dagli 8 ai 18 anni, da tutto il mondo, le “10 richieste” sono indirizzate ai decisori politici, ma anche ad ognuno di noi. La lista di cose da fare verrà distribuita ai delegati della COP26. Si va da “ridurre l’inquinamento e i rifiuti” a “fare di più per proteggere la natura”.
Il messaggio parla direttamente anche dello sforzo che stanno facendo le aziende, specialmente quelle grandi come Lego, per ridurre il loro impatto sul pianeta. Da tempo, Lego si è impegnata per ridurre le proprie emissioni di carbonio del 37% entro il 2032 (rispetto alla sua baseline del 2019, slittata dunque ampiamente). Ha oltre 150 persone che lavorano su progetti di sostenibilità, e sta investendo 400 milioni di dollari, spalmati su tre anni, per raggiungere questi obiettivi.
Oltre all’impegno per rimuovere i pregiudizi di genere dalle sue linee di prodotti destinate ai bambini, Lego, che produce miliardi di mattoncini di plastica all’anno, ha recentemente presentato i suoi primi mattoncini 4×2 realizzati con plastica riciclata. I prototipi, realizzati con plastica PET da bottiglie scartate, sono il risultato di tre anni di esperimenti, con la prossima fase di test che dovrebbe richiedere almeno un anno.
Lego, fondata nel 1932 da Ole Kirk Kristiansen, in Danimarca, ha anche attivato di recente il servizio Lego Replay, ovvero un esempio di economia circolare che permetterà ai piccoli consumatori di dare i propri mattoncini inutilizzati ad altri bambini.
Da tempo Lego organizza eventi realizzati su misura per i bambini per aiutarli a capire, attraverso il gioco, come risolvere i problemi relativi alla sostenibilità e all’ambiente (ad esempio QUI). Il valore e l’importanza del riciclaggio, i pericoli dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua, l’importanza di preservare l’ambiente e gli animali, stimolando la capacità di problem solving che fa sempre e comunque comodo nella vita.
Per quanto riguarda i materiali, Lego pensa ad alti standard che comprendono materiali prodotti responsabilmente, utilizzando risorse rinnovabili o riciclate, minimizzando i rifiuti e rendendo il prodotto totalmente riciclabile alla fine della sua vita utile. Anche per quanto riguarda il packaging, l’azienda danese ha intenzione di cambiare direzione, ed entro il 2025 il packaging sarà realizzato interamente con materiali rinnovabili o riciclati: che detto così, sembra un po’ poco. L’azienda ha tuttavia garantito di avere a cuore le sfide del climate change e, di conseguenza, si impegnerà a ridurre le proprie emissioni di CO2 utilizzando energie rinnovabili anche grazie alla partnership con il WWF.
Staremo a vedere. Il processo di miglioramento è più complesso del previsto, dal momento che i materiali testati finora, tra cui l’amido di mais e – come detto – la plastica riciclata, sono ancora in fase di test.
Ma la sfida è oltremodo seria, dal momento che il produttore vende da quasi un secolo in tutto il mondo prodotti altamente inquinanti. La plastica con cui sono prodotti i Lego è infatti così resistente che, quando i mattoncini vengono dispersi nell’ambiente e finiscono in mare, sono destinati a restarvi per secoli. Lo ha stabilito un anno fa uno studio dell’Università di Plymouth, analizzando le proprietà fisico-chimiche di una cinquantina di mattoncini Lego raccolti sulle spiagge del Sud Ovest dell’Inghilterra. Dopo averli misurati, pesati e passati ai raggi X per accertarne la datazione, i ricercatori li hanno confrontati con pezzi nuovi, concludendo che i mattoncini possono inquinare l’ambiente per un minimo di un secolo e fino a 1.300 anni. “I pezzi che abbiamo esaminato sono levigati e scoloriti, alcuni presentano fratture e frammentazioni, suggerendo che possano generare anche microplastiche”, ha spiegato Andrew Turner, che ha coordinato lo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Environmental Pollution.






