L’idea che l’afa estiva dia alla testa non è certo un’invenzione recente. Benvolio lo gridava già nella Verona di Shakespeare, prima che il sangue dei Capuleti e dei Montecchi iniziasse a scorrere: con questo caldo la testa va in fumo.
Solo che adesso non è più una metafora da drammaturgia. Tra riscaldamento globale e città sempre più simili a forni di cemento, la relazione tra termometro e tasso di criminalità è diventata un campo di studio parecchio affollato.
Mac Margolis (consulente dell’Istituto Igarape) e Robert Muggah (co-fondatore dell’Istituto Igarape e direttore del SecDev Group) hanno provato a rimettere insieme i pezzi della questione. E i dati che citano non sono esattamente rassicuranti.
Prendete la Scozia. David Wilson, criminologo ed ex governatore di carceri, ad agosto vedeva schizzare gli omicidi del 10%. Morale? Fece pressioni per installare l’aria condizionata nei bracci più violenti delle prigioni, convinto che abbassare la temperatura fosse l’unico modo per evitare che i detenuti si saltassero alla gola.
Spostandosi al di là dell’Atlantico la musica non cambia, anzi. Nelle estati torride di Chicago, Milwaukee o Detroit i delitti violenti raddoppiano rispetto ai mesi invernali. E non è solo una cosa americana: un’analisi condotta su 57 metropoli in giro per il mondo ha calcolato che basta un singolo grado Celsius in più sulla media globale per far salire gli omicidi del 6%.
Perché succede? Un po’ è fisica pura: col caldo la gente sta fuori casa, si incrocia di più, beve di più, si irrita prima. Ma la neurologia dice che c’è di peggio. Il calore estremo, sommato all’aria sporca di smog (PM2,5 e biossido di azoto in testa), altera direttamente l’autocontrollo e manda in corto circuito i freni inibitori.
La trappola vera sta nelle periferie. Entro il 2030 due terzi dell’umanità vivranno in città, e le famose “isole di calore” picchiano duro quasi sempre nei quartieri più poveri, dove di verde non c’è traccia e l’aria condizionata è un lusso.
La risposta automatica delle istituzioni di solito è una sola: più polizia, pene più severe. Peccato che buttare benzina sul fuoco in contesti già degradati finisca solo per far esplodere la polveriera.
Muggah e Margolis suggeriscono una strada diversa, che parla di urbanistica prima che di manette. Piantare alberi, creare tetti verdi, sostituire l’asfalto dove si può e tagliare le emissioni non serve solo a salvare il pianeta: serve a raffreddare la rabbia delle strade e a evitare che ogni estate si trasformi in un bollettino di guerra.







