Esattamente cento anni fa, il 1° dicembre 1923, un’imponente struttura lunga 260 posta a 1500 metri di altitudine, in Val di Scalve, nella provincia di Bergamo, cedeva sotto il suo stesso peso, riversando sei milioni di metri cubi di acqua e fango lungo la valle e spazzando via interi paesi.
Una tragedia dimenticata, quella della diga del Gleno, che causò la morte di 359 persone (questo il numero accertato, quello reale è probabilmente più alto) e che viene spesso chiamata “l’altro Vajont�?. Oggi, a cento anni dal disastro, non sono ancora chiare le cause dell’incidente.
I lavori di costruzione della diga del Gleno cominciano nel 1916. A commissionarla è Virgilio Viganò, che vuole alimentare i propri cotonifici con energia idroelettrica a basso costo. A progettarla è l’ingegnere Giovan Battista Santangelo. La diga viene ultimata nel 1923, anno in cui la struttura rappresenta l’unico esempio al mondo di diga mista a gravità e archi multipli.
Il 22 ottobre 1923, a causa delle forti piogge, il bacino si riempie per la prima volta. Tra ottobre e novembre si registrano numerose perdite d’acqua dalla diga, soprattutto al di sotto delle arcate centrali. Infine, il 1º dicembre 1923 alle ore 7:15 la diga cede, facendo precipitare sei milioni metri cubi d’acqua e fango che si fanno strada lungo il torrente Gleno fino a distruggere i paesi di Bueggio, Dezzo di Colere e alcune centrali elettriche in zona) e la Val Camonica in provincia di Brescia.
Ne segue un processo che vede sul banco degli imputati Viganò e Santangelo, i quali, in un primo momento, vengono giudicati colpevoli di disastro colposo. Successivamente Santangelo viene assolto per insufficienza di prove, mentre Viganò muore prima della sentenza in appello.
Rimangono aperti gli interrogativi sulle cause del crollo, che ancora oggi sono oggetto di diverse ipotesi. Alcune fanno riferimento a cambiamenti non autorizzati nel progetto o a errori avvenuti durante la costruzione stessa, piccoli terremoti, uso di materiali di bassa qualità. C’è chi ipotizza persino un attentato dinamitardo.
In occasione del centenario di commemorazione del disastro, nella serata di ieri è stata inaugurata una cerimonia per illuminare i ruderi della diga. L’iniziativa è stata denominata “Luce per ricordare�? e ha beneficiato, oltre che del contributo di Gewiss, dell’impegno di volontari e aziende della Valle di Scalve, di Enel Green Power, Banca Sella e Banca Popolare di Sondrio. Si tratta di un’installazione luminosa ideata dal light designer bergamasco Maurizio Quargnale. “I ruderi – raccontano gli organizzatori – vengono portati dal buio alla luce con un’illuminazione in continuo fluire, dentro a un vero e proprio dinamismo luminoso che, attraverso differenti intensità e timbri, offre a chi osserva un percorso emozionale profondo, che simboleggia il passaggio dal buio della tragedia alla luce della speranza e della rinascita�?.
Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è intervenuto per ricordare il disastro, con un messaggio al sindaco del comune di Azzone, Mirella Cotti Cometti, Componente del Comitato “Disastro del Gleno 1923/2023”. “Occorre che si affermi una visione di lungo periodo nella tutela delle persone nei territori, non condizionata da interessi contingenti o indegni opportunismi. La memoria del disastro del Gleno contiene anche la solidarietà espressa alle comunità colpite e che sempre il nostro Paese ha manifestato con generosità e larga partecipazione di fronte alle difficoltà e ai bisogni in situazioni d’emergenza. È un tratto della nostra storia e della nostra cultura che interpreta il valore prezioso dell’unità”.







