a cura del WFP
Alla COP26, conferenza ONU sul clima, in questi giorni in corso a Glasgow, l’atmosfera sembra essere quella di una resa dei conti. I conti che il pianeta ci sta presentando: salati, prevedibili, devastanti. A farne le spese, noi tutti, ma soprattutto i Paesi ad alta vulnerabilità climatica. “We are digging our own graves”, ci stiamo scavando la fossa. L’immagine è forte, quasi apocalittica. Ad usarla, non un profeta di sventura ma il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, nel suo discorso inaugurale a Glasgow.
Dall’Afghanistan allo Zimbabwe, gli eventi meteorologici estremi, collegati al cambiamento climatico, stanno causando miseria e fame per milioni di individui.
Gli 811 milioni di persone che soffrono la fame nel mondo oggi potrebbero diventare molti, molti di più se i 196 Paesi che hanno sottoscritto gli accordi di Parigi nel 2015 non rispetteranno gli impegni presi. Sarebbe meglio, però, usare il tempo verbale al presente, non al futuro. “The time to act is yesterday”, ha eloquentemente detto Wavel Ramkalawan, il Presidente delle Seychelles, uno dei Paesi che più rischiano in questo conto alla rovescia per la salvezza del pianeta e dei suoi abitanti.

I Paesi sviluppati hanno promesso di fornire finanziamenti e risorse di cui i Paesi vulnerabili e a basso reddito hanno bisogno per adattarsi alle conseguenze devastanti della crisi. Ѐ anche per questa ragione che la COP26 è così importante.
Nessuno si può chiamare fuori dal gioco. La Germania e New York quest’anno hanno subito inondazioni devastanti. L’Italia ha avuto il primato negativo della temperatura più calda mai registrata in Europa, 48,8 gradi. Gli incendi hanno causato immense distruzioni in Grecia e in Turchia.
Etiopia, Madagascar, Sud Sudan e Yemen sono tra i Paesi dove 584.000 persone, oggi, vivono in condizioni simili alla carestia, con il cambiamento climatico che si interseca con l’altra maggiore causa della fame, i conflitti, spingendo 42 milioni di persone sull’orlo della carestia.
Gernot Laganda, responsabile della divisione del World Food Programme di Prevenzione dai rischi di disastri e del clima, così spiega: “Le risorse naturali come l’acqua pulita e le terre fertili stanno diminuendo mentre la competizione per queste risorse si sta facendo sempre più aspra. Ciò sta portando a una interconnessione tossica tra la crisi climatica, i conflitti e la fame”.
Secondo gli ultimi dati, se la temperatura della terra dovesse salire di 4 gradi rispetto ai livelli preindustriali, 1,8 miliardi di persone in più verrebbero spinte alla fame. Per dare una misura della posta in gioco, si pensi che il WFP, con uno staff di 20.000 persone in oltre 80 Paesi, al momento prevede di raggiungere 100 milioni di persone e ha bisogno di 6,6 miliardi di dollari per evitare carestie.

Bisogna anticipare e gestire i rischi climatici prima che si trasformino in crisi gravissime. Agire dopo significa anche, tra l’altro, incorrere in costi assai maggiori nella risposta alle crisi. Servono impegni per finanziamenti che siano più prevedibili, più flessibili e più a lungo termine.
Dalla COP26 si attendono impegni che non siano formali ma concreti ed adeguati alle parole usate, parole che hanno un gigantesco peso specifico: salvare il pianeta per salvare tutti noi. Antonio Guterres, rivolgendosi ai leader riuniti a Glasgow, ammonisce: “Le sirene stanno suonando. Il nostro pianeta ci sta parlando e ci sta dicendo molte cose. E così anche le persone in tutto il mondo. L’azione climatica è in cima alle preoccupazioni di tutti, in tutti i Paesi, indipendentemente dall’età e dal genere. Noi dobbiamo ascoltare, dobbiamo agire e scegliere con saggezza. Per questo e a nome delle future generazioni, vi sollecito a scegliere obiettivi ambiziosi, scegliere la solidarietà, scegliere di salvaguardare il nostro futuro e salvare l’umanità”.






