• Home
  • Academy
  • Chi Siamo
  • Contatti
Connexion
TheMapReport
Advertisement
  • Home
  • Ambiente
  • Diritti
  • Economia Circolare
  • Blog
    • Giochi
    • Mobilità
    • Innovazione
    • Food
    • Energia
    • Cultura
    • CSR
  • Chi Siamo
  • Contatti
No Result
Vedi tutti i risultati
  • Home
  • Ambiente
  • Diritti
  • Economia Circolare
  • Blog
    • Giochi
    • Mobilità
    • Innovazione
    • Food
    • Energia
    • Cultura
    • CSR
  • Chi Siamo
  • Contatti
No Result
Vedi tutti i risultati
TheMapReport
No Result
Vedi tutti i risultati
Pagina iniziale Ambiente

Cnr: “Le bioplastiche hanno tempi di degradazione lunghi come la plastica tradizionale”. Nuove speranze dagli enzimi

Redazione TheMapReport di Redazione TheMapReport
Maggio 12, 2022
in Ambiente
0

di Michela Dell’Amico

Il problema delle plastiche presenti ormai ampiamente nella catena alimentare umana riguarda anche le plastiche biodegradabili. La notizia – scioccante, se pensiamo che le bioplastiche sono state create proprio per tentare di limitare il problema – è arrivata qualche giorno fa dal Cnr, e sta scatenando un serio dibattito. “Se disperse nell’ambiente anziché conferite correttamente nel compost, anche le bioplastiche hanno tempi di degradazione molto lunghi, comparabili a quelli di materiali plastici non bio”, ha scritto il Cnr sulla base di “un innovativo esperimento” condotto dal Consiglio nazionale delle ricerche-Ipcf e l’Istituto di scienze marine (Cnr-Ismar), Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e Distretto ligure per le tecnologie marine (Dltm), con il supporto di Polizia di Stato-Centro Nautico e Sommozzatori La Spezia (CNeS). Lo studio, pubblicato sulla rivista open access Polymers, ha riguardato il comportamento a lungo termine di differenti tipologie di plastica vergine (resin pellet) utilizzati per realizzare oggetti di uso comune e sta mettendo in dubbio l’utilità dello stop alla plastica usa e getta in vigore in Italia dal gennaio 2021, in attuazione della direttiva europea ‘Single use plastic’, che ha portato alla progressiva commercializzazione di prodotti monouso in plastica biodegradabile, ovvero “i polimeri da noi presi in esame”, specifica Marina Locritani, ricercatrice dell’Ingv e co-coordinatrice dello studio. L’esperimento è (incredibilmente) il primo a valutare l’effettiva degradazione in natura delle bioplastiche, essendo stato condotto interamente in situ. Ha utilizzato una piattaforma posta a 10 metri di profondità nella Baia di Santa Teresa nel Golfo della Spezia, dove sono state alloggiate particolari “gabbie” progettate per contenere i campioni di plastica. Inoltre, il test – che si concluderà nel 2023 spostando il campo di analisi a maggiori profondità – è condotto anche in una vasca piena di sabbia, esposta agli agenti atmosferici, che simulava la superficie di una spiaggia.

Subito insorta Assobioplastiche, associazione delle aziende produttrici, che addirittura allude a uno scopo politico del Cnr: “Il comunicato stampa diffuso dal CNR (…) è stato pubblicato non casualmente proprio nelle ore in cui si sta discutendo di una possibile via italiana al recepimento della Direttiva europea sulle plastiche monouso (…) è chiaro quindi il significato strumentale dell’operazione”. Mentre ci domandiamo come possa l’Europa aver pensato di stravolgere l’economia di un intero settore con uno obiettivo ambientale non testato in natura in precedenza, qualche speranza arriva sempre dalla ricerca. Secondo un’indagine appena pubblicata su Nature, un team di studiosi dell’Università del Texas è riuscito a modificare un enzima utile ad abbattere i componenti del Pet – che da sola costituisce il 12% dei rifiuti solidi globali – in circa 24 ore.

Accelerando un processo naturale, la scoperta del team dell’Università del Texas ha creato una variante enzimatica apposita, dimostrando anche la possibilità di creare un processo di riciclo del PET a circuito chiuso, utilizzando FAST-PETasi (ovvero questo nuovo enzima) e la ri-sintesi del PET dai monomeri recuperati. Quel che conta in definitiva è che, riducendo così tanto il tempo necessario alla scomposizione, l’enzima ha infinite applicazioni, in tutti i settori, oltre a quello della gestione dei rifiuti. “Ogni azienda avrà l’opportunità di assumere un ruolo guida nel riciclo dei propri rifiuti”, hanno sottolineato i ricercatori. I test hanno valutato 51 diversi contenitori di plastica, cinque fibre di poliestere, tessuti e bottiglie di acqua, che sono tutti stati degradati con successo e velocemente da questa variante enzimatica, a temperature ambiente. Chissà se funzionerà anche con le bioplastiche.

Ma come avviene la degradazione delle plastiche? In generale, il degrado della plastica impiega più di 1.000 anni per verificarsi. Oltre al suo lungo tempo di degradazione nell’ambiente, la combustione della plastica rilascia anche anidride carbonica (CO2) nell’ambiente e alcune analisi attribuiscono al consumo di plastica e ai rifiuti il ruolo di fonte principale di inquinamento del globo e del riscaldamento globale. Naturalmente seguono le preoccupazioni per la formazione di microplastiche, che si verifica in seguito alla fotodegradazione di grandi materiali plastici ad opera della luce solare. Le microplastiche possono contaminare sia la sabbia che le riserve idriche, il che può portare al consumo accidentale di queste particelle tossiche da parte degli animali terrestri e acquatici, e di conseguenza degli esseri umani. Stime recenti suggeriscono che i contaminanti plastici nell’ambiente acquatico colpiscono almeno 276 specie, ovvero almeno il 44% e l’86% di uccelli e tartarughe marine. La degradazione della plastica può avvenire in tre modi principali: attraverso la luce (fotodegradazione), per via di calore e umidità (degradazione termo-ossidativa) o per attività biologica (biodegradazione). Quest’ultima si basa su microrganismi come batteri, funghi e alghe, che agiscono attraverso la loro attività metabolica. Si tratta di un processo altamente complesso che dipende da diversi fattori, tra cui la disponibilità del substrato, le caratteristiche della superficie, la morfologia e il peso molecolare dei polimeri. Per il polietilene (PE), ad esempio, il tasso di degradazione microbica è stato calcolato nell’intervallo 0,26-0,29% dopo due anni. Tuttavia, diversi microbi e batteri degradano vari tipi di materiale plastico. Il PET, per esempio, che ha un basso tasso di degradazione microbica, impiega oltre 50 anni per essere completamente degradato nell’ambiente naturale, ma per fortuna diversi microrganismi ed enzimi supportano questa biodegradazione (anche se non sappiamo bene come). Quel che è certo, a parte l’efficacia finora limitata (sul campo) dei tanti microorganismi teoricamente in grado di distruggere velocemente la plastica, è che resta la necessità urgente di condurre ulteriori studi al fine di isolare e studiare i microrganismi che degradano la plastica, ma anche semplicemente di conoscere e capire meglio questi materiali onnipresenti che chiamiamo plastica (e anche quelli volti a imitarlo, come la bioplastica). Nello stesso tempo, l’impatto dell’inquinamento da plastica sulla salute – e i numeri sulla sua produzione: fino a trilioni di tonnellate l’anno solo per il polietilene – dovrebbe incoraggiarci a bandire o limitare il concetto di usa e getta.

CondividiTweet
Articolo precedente #CambiamoAgricoltura lancia la campagna italiana contro i pesticidi Articolo successivo Sagittarius A*, fotografato il buco nero al centro della Via Lattea
Redazione TheMapReport

Redazione TheMapReport

La redazione del quotidiano italiano TheMapReport è attiva dal 2019 e opera nel rispetto dei principi di veridicità, accuratezza, indipendenza e responsabilità sociale. TheMapReport si avvale di diversi giornalisti interni e di numerosi collaboratori esterni.

Correlato Messaggi

Incendio in un'azienda di rottami metallici a Pontedera, nube visibile in tutta la Valdera
Ambiente
Incendio in un’azienda di rottami metallici a Pontedera, nube visibile in tutta la Valdera
Ottobre 27, 2026
Ue, salta lo stop ai motori benzina e diesel dal 2035: intesa a Strasburgo su auto e carbon tax
Ambiente
Ue, salta lo stop ai motori benzina e diesel dal 2035: intesa a Strasburgo su auto e carbon tax
Ottobre 21, 2026
West Nile, l'Italia è il Paese più colpito d'Europa: 748 casi e 56 decessi
Ambiente
West Nile, l’Italia è il Paese più colpito d’Europa: 748 casi e 56 decessi
Ottobre 16, 2026
Il caldo ci rende più aggressivi? (Spoiler: gli studiosi dicono di sì)
Ambiente
Il caldo ci rende più aggressivi? (Spoiler: gli studiosi dicono di sì)
Agosto 19, 2026
Se il comitato di quartiere blocca i miliardi dell'intelligenza artificiale
Ambiente
Se il comitato di quartiere blocca i miliardi dell’intelligenza artificiale
Agosto 15, 2026
Mezzo milione di polpi liberati in mare: a Riccione e Cesenatico la caccia al granchio blu
Ambiente
Mezzo milione di polpi liberati in mare: a Riccione e Cesenatico la caccia al granchio blu
Agosto 5, 2026
Articolo successivo
Sagittarius A*, fotografato il buco nero al centro della Via Lattea
0 0 voti
Article Rating
Iscriviti
Accedi
Notificami
guest
guest
0 Comments
Vecchi
Più recenti Le più votate
Themapreport logo
Registrazione Tribunale di Milano Num. R.G. 15084/2019 Num. Reg. Stampa 247 del 21/11/2019
  • Media Trade Company Srl
  • Via Pirelli, 9 20124 Milano
  • +39 800 128 454

REDAZIONE

  • Home
  • Academy
  • Chi Siamo
  • Contatti

Articoli recenti

  • Grand 1XREIGN, Round 4 il 29 ottobre e finale a Roma il 3 novembre: Top 6 ancora aperta
  • Eni firma i contratti per Cronos: gas da Cipro dal primo semestre 2028
No Result
Vedi tutti i risultati
  • Home
  • Academy
  • Chi Siamo
  • TheMapReport: principi editoriali
  • Contatti

© Copyright Privacy Policy - Cookie Policy | TheMapReport

No Result
Vedi tutti i risultati
  • Home
  • Ambiente
  • Diritti
  • Economia Circolare
  • Blog
    • Giochi
    • Mobilità
    • Innovazione
    • Food
    • Energia
    • Cultura
    • CSR
  • Chi Siamo
  • Contatti

© Copyright Privacy Policy - Cookie Policy | TheMapReport

wpDiscuz