Mentre la Fao lancia l’allarme per 22 paesi (tra cui Burkina Faso, Ciad, Etiopia, Libia, Myanmar, Siria e Yemen) e 43 milioni di abitanti nel mondo perché a rischio insicurezza alimentare acuta a causa di conflitti e crisi climatiche, in Italia, in tempi di lockdown da coronavirus, ci si domanda quali siano i margini di sostenibilità e autosufficienza del nostro sistema agroalimentare, ovvero quanto sarà in grado di reggere ancora la pressione e tutte le implicazioni economiche e produttive dell’emergenza in corso.
“Ad oggi – rassicura Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare, in un’intervista rilasciata al Financial Times – la produzione alimentare non è in discussione: è tutto sotto controllo, le fabbriche non chiuderanno”. Nonostante la condizione estrema che stiamo vivendo da settimane, Vacondio conferma che “la produzione alimentare italiana nelle nostre aziende sta procedendo a pieno regime, ancor più rispetto al 75% a cui sono abituate ad operare in condizioni normali, per continuare a garantire cibo italiano in Italia e all’estero. E questo nonostante il 12-15% di calo della forza lavoro dovuto a situazioni straordinarie da fronteggiare, come ad esempio la chiusura delle scuole che ha dato il via al congedo parentale”. Vacondio ha anche precisato che “ci sono alimenti italiani per tutta l’Europa” e che “ad oggi la produzione alimentare non è messa in discussione, quella del packaging è a pieno regime e il trasporto marittimo è garantito. È chiaro che non possiamo avere la certezza di cosa accadrà da qui a un mese. È difficile in questa situazione fare predizioni”.
Tuttavia, sull’autosufficienza agroalimentare del nostro Paese, ovvero, la possibilità di fare a meno delle importazioni e produrre utilizzando solo materie prime nazionali, l’Italia può sorridere solo per i comparti del lattiero caseario, l’ortofrutta, il vino, il riso e le acque minerali. Risultano invece in larga misura dipendenti dall’import prodotti come il caffè, il cioccolato e il comparto delle conserve ittiche. E c’è poi un intero gruppo di alimenti chiave della nostra tavola, dalla pasta all’olio e alla carne, la cui produzione è parzialmente, ma spesso in maniera decisiva, dipendente dall’estero. È il caso della pasta e del comparto molitorio (farine, semole, eccetera) che rispettivamente importano il 45% e il 40% delle materie prime, così come le carni preparate (40% delle materie prime proveniente dall’estero) e lo zootecnico (il 65% dei prodotti per l’alimentazione animale è importato). Anche l’olio d’oliva, con ben il 60% di materie prime importate dall’estero, è tutt’altro che autosufficiente.
“Puntare all’autosufficienza – spiega Federalimentare in un’intervista al Sole 24 Ore – è di certo un traguardo suggestivo e di grande valenza strategica ma si scontra con vincoli difficili da superare. Da un lato va ricordato come l’agricoltura nazionale tra il 1990 e il 2017 ha perduto tra i 17 e i 35mila ettari l’anno di terreni coltivabili. Aspetto che ha di certo inciso sulla progressiva riduzione del tasso di autoapprovvigionamento passato negli ultimi venti anni dal 90 all’83%. E questo nonostante l’industria alimentare italiana tutt’ora continui a trasformare circa il 72% della produzione agricola made in Italy”.






