La mascherina chirurgica a scuola non è obbligatoria. Lo diventa solo nel caso di istituti che non siano stati in grado di garantire la distanza di almeno un metro tra un banco e l’altro, nelle classi. Lo chiarisce a The Map Report l’Istituto Superiore di Sanità per voce di Paolo D’Ancona del Dipartimento di Malattie infettive dell’Istituto.
Ma perché allora tutti (o quasi) i presidi d’Italia hanno imposto le chirurgiche? Perché, nel sito del Ministero dell’Istruzione (pagina 13 del primo documento allegato), si dice (erroneamente): “A prescindere dalla situazione epidemiologica, il dispositivo di protezione respiratoria previsto per gli studenti è la mascherina di tipo chirurgico”. Si tratta di un’incongruenza con le indicazioni disponibili sul sito dell’Iss, pagina 38, dove nell’ambito esclusivo dell’uso di mascherine in posizione statica, e dunque in classe, si dice che “La mascherina chirurgica è indispensabile laddove non sia possibile il distanziamento di almeno un metro”, per tutti gli altri casi, cioè ove questa distanza in classe è rispettata, la chirurgica non è obbligatoria.
“La mascherina chirurgica a scuola è obbligatoria solo in quelle strutture che, in classe, non sono riuscite a garantire il distanziamento tra i banchi di almeno un metro”, e in alcun modo si riferisce alla possibilità che – ai cancelli, nei corridoi o in mensa – due bambini si avvicinino tra loro e questo renda necessaria l’obbligatorietà dell’uso della mascherina chirurgica. “Il ministero dell’Istruzione ha un’incongruenza all’interno del proprio sito, che provvederò a segnalare”, conclude l’esperto di DPI dell’Iss.
Incongruenza che però nei fatti ha ormai spinto in errore i presidi, che hanno emanato a settembre perentorie circolari dove impediscono agli alunni di indossare mascherine di comunità, le mascherine lavabili – più traspiranti ed estremamente meno impattanti per l’ambiente e il portafogli – che invece erano esplicitamente ammesse lo scorso anno.
La nota del Ministero dell’Istruzione del 5 novembre 2020, n.1990, stabiliva infatti che, oltre alla mascherina chirurgica, “possono essere utilizzate anche mascherine di comunità, ovvero mascherine monouso o mascherine lavabili, anche auto-prodotte in materiali multistrato idonei a fornire un’adeguata barriera, e al contempo forniscano comfort e respirabilità, forma e aderenza adeguate che permettano di coprire dal mento al di sopra del naso”.
Quest’anno – sebbene la situazione epidemiologica sia enormemente migliorata – la nota è stata ignorata e l’uso delle mascherine chirurgiche – sebbene non obbligatorio – resta “fortemente consigliato a scuola in tutte le situazioni”. Perché?
“Il Cts lo ha ritenuto opportuno tenendo in considerazione la variante Delta, e io mi trovo d’accordo. Anche perché, mentre c’è uno standard condiviso, e precise caratteristiche ampiamente testate per la mascherina chirurgica, altrettanto non si può dire per le mascherine di comunità, che nel nostro Paese non hanno requisiti standardizzati”, continua D’Ancona. Eppure nessun obbligo di mascherina chirurgica è imposto per gli uffici, dove, al chiuso, si lavora gomito gomito anche con le mascherine di comunità. Possibile che, per una pandemia verso la quale, come sottolinea l’OMS, i più giovani si sono sempre mostrati più resistenti, siano proprio loro a dover rispettare le regole più rigide? “Non esistono evidenze solide che al di fuori dei setting sanitari l’uso della mascherina chirurgica riduca il rischio di contagio rispetto a quella di comunità, con o senza variante Delta. A scuola l’attenzione non andrebbe posta sulla tipologia di mascherina, ma andrebbero fornite a studenti e famiglie chiare indicazioni sulla corretta modalità di utilizzo”, ribatte Elena Uga, pediatra e ricercatrice che, per l’Associazione Culturale Pediatri (Acp), ha aderito assieme al Gruppo di Ricerca Pump all’appello per riammettere la possibilità di utilizzare mascherine di comunità a scuola, avanzata tra gli altri dall’Associazione Riciclo.
Ad oggi, l’Organizzazione Mondiale della Sanità conferma la raccomandazione di utilizzare le mascherine nelle stesse circostanze degli adulti solo a partire dai dodici anni. Al contrario dell’Italia, molti altri Paesi hanno recepito le raccomandazioni dell’OMS, e altri hanno fatto ancora di più. La Svizzera addirittura non ha introdotto l’utilizzo della mascherina. Anche in Francia, l’uso della mascherina non è più obbligatorio nelle scuole primarie, dai 6 ai 12 anni, se il tasso di incidenza di Covid si è stabilizzato al di sotto della soglia di incidenza di 50 per 100.000 abitanti per almeno cinque giorni (ovvero il rischio basso che determina la zona bianca anche nel nostro Paese). Solo gli Stati Uniti hanno una raccomandazione (non un obbligo) più stringente di noi, con i CDC – Centers for Disease Control and Prevention – che raccomandano l’utilizzo delle mascherine (non per forza chirurgiche) a scuola dai 2 anni e la vaccinazione dai 12 anni, indicazione seguita in alcuni Stati.
Il nostro eccesso di zelo cosa comporta? “Un grave e ingiustificato dispendio economico e ambientale”, continua Elena Uga. “L’anno scorso, secondo i calcoli di Tuttoscuola, i primi di aprile avevamo già consumato oltre un miliardo e mezzo di mascherine, smaltite tra i rifiuti indifferenziati, ma anche disperse all’aperto, con grave rischio di una allarmante contaminazione ambientale. E non dimentichiamo che, data la scomodità delle mascherine fornite dalle scuole, in moltissimi casi, quelle ‘gratuite’ sono finite direttamente nei rifiuti, e le famiglie ne hanno acquistato e ne stanno acquistando di ulteriori”.
“Il parere espresso dal Cts è del 12 luglio scorso, quando le coperture vaccinali erano basse e non si sapevano ancora gli effetti delle riaperture delle scuole – conclude D’Ancona -. È sembrato vantaggioso cercare di ridurre al massimo il rischio con un dpi standardizzato che le evidenze ci confermano migliore rispetto alle mascherine di comunità, che in Italia non hanno indicazioni sui requisiti”. Resta da vedere, ora, se il Cts provvederà – a 4 mesi di distanza – a rivalutare le sue indicazioni alla luce della situazione epidemiologica attuale e del tasso di vaccinati, e se il Ministero dell’Istruzione correggerà e comunicherà alle scuole “l’incongruenza” – l’errore – che permane da mesi sul suo sito istituzionale.






