di Michela Dell’Amico
Era inevitabile. Presi alla sprovvista dalla pandemia, atterriti e impreparati, i genitori hanno messo le pezze alla necessità di lavorare fianco a fianco con i loro figli (anche piccolissimi) passando loro tablet e telefoni, indulgendo con la tv nelle poche ore libere dalla DAD (via pc). Quel che invece può sorprendere è che quel picco di confidenza raggiunta non è calata nel 2021, ma anzi: è cresciuta.
Emerge da un sondaggio condotto tra 3mila genitori lombardi con bambini da 0 a 10 anni, dove il 90% ha risposto così al dubbio che le famiglie fossero effettivamente rientrate nei ranghi nella loro gestione dei figli in rapporto ai device. Se oggi, e lo sapevamo già, le case abbondano di mezzi tecnologici, sempre più spesso ce ne sono di dedicati all’uso dei più piccoli: bambini hanno strumenti digitali “di proprietà” nel 58,4 % dei casi tra i 6 e i 10 anni – erano il 23,5 % nel 2020 – e si tratta generalmente di uno smartphone o di un tablet. Anche l’età del possesso si è abbassata: se nel 2020, il 9,2 % dei bambini tra 0 e 5 anni aveva un dispositivo, ora nel 2021 lo possiede il 14,5 %. La rilevazione è stata condotta nel luglio del 2020 e ripetuta nel 2021, nell’ambito della ricerca Bambini e Lockdown della Società Italiana delle Cure Primarie Pediatriche insieme a un gruppo di ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca.
Se a usare di più le tecnologia sono stati i bambini delle scuole primarie, che partivano con oltre due ore e mezzo di Didattica a Distanza (DAD) al giorno che potevano diventare cinque o sei ore per i più grandicelli, anche i Legami Educativi a Distanza (LEAD) per i più piccoli sono stati molto frequenti, interessando il 73 % dei bambini lombardi.
Finita la didattica però il mezzo rimaneva – e rimane – tecnologico. Socialità, svago e gioco sono in media per oltre un’ora al giorno, per i piccoli, e più di due ore, per i più grandi, occupati con videogiochi, social, video-chiamate.
“L’uso di dispositivi digitali è divenuto un elemento strutturale della vita dei bambini, e le famiglie lo percepiscono come un elemento naturale del loro mondo. Non si può tornare indietro né imporre divieti, si tratta, invece, di formare i genitori e soprattutto gli insegnanti a educare i piccoli nativi a un uso critico e creativo dei dispositivi digitali. Va, infatti, in ogni modo evitato il rischio che gli schermi si trasformino in una babysitter o peggio in un dispenser di stili di vita standardizzati e commercializzati. Si tratta di un tema di giustizia sociale oltre che di educazione alla cittadinanza”, ha commentato Paolo Ferri, coautore dello studio.
Come è facile aspettarsi, i bambini che vivono in famiglie svantaggiate sono i più esposti al rischio di un uso acritico e passivo della tecnologia e intervenire resta “complesso ma estremamente necessario oggi e in futuro, se non vogliamo che le diseguaglianze nell’uso consapevole delle tecnologie digitali si trasformino, un domani, in esclusione sociale per i giovani meno fortunati”.





