Un vero e proprio show psichedelico, con bagliori fluorescenti sulle onde scure, è apparso sul grande schermo del Museo Civico di Storia Naturale di Corso Venezia, a Milano, portandoci sulla costa della Florida, sulla scia di un nottambulo surfista. Sulle note di “Plancton” di Franco Battiato (dall’album del 1972 Pollution), lo spettacolo della bioluminescenza o “luce prodotta dagli esseri viventi”, ha creato una frizzante aria marina, che si è aggiunta all’atmosfera natalizia della città. È stato uno dei momenti di maggiore attrazione del convegno “Il Mare a Milano “, una due giorni di conferenze presentate da Domenico D’Alelio e Emanuela Dattolo, rispettivamente ricercatori di microbiologia e ecologia integrata dell’Istituto Zoologico Anton Dohrn di Napoli.

Dattolo e D’Alelio, alias “Doc Domi” sui social, sono una coppia di straordinari scienziati nella vita come nel lavoro. I due studiosi si dedicano non solo alla ricerca, ma anche alla divulgazione scientifica, pedalando su e giù per l’Italia (Uno scienziato a pedali di Domenico D’Alelio e Emilio Rigatti Ediciclo, 2017) o attraverso la musica rap (“Plankton Blues”). Portano all’attenzione del pubblico ecosistemi in gran parte sconosciuti, quelli del microrganismi acquatici, o plancton, e delle foreste o praterie sottomarine. Sono ecosistemi appartenenti alla stessa e unica biosfera, di uno spessore di circa 20 km, che noi esseri umani condividiamo con tutte le altre forme di vita. Si tratta di una parte nascosta, ma anche la più importante per quanto riguarda i grandi equilibri bio-geo-climatici. Da ricordare: gli oceani occupano il 71% della superficie del nostro pianeta.
A modo suo, la bioluminescenza fa luce su questo lato poco conosciuto. Un fenomeno affascinante che possiamo osservare nelle lucciole, un caso particolare e unico nell’atmosfera che produce in mare lo spettacolo di cui parlavamo prima, quando ossidano e quindi “accendono” le molecole di luciferina, secrete da un microrganismo marino (Noctiluca Scintillans). Questo dinoflagellato, costituito da una cellula con un nucleo e due minuscole braccia, è uno degli esemplari più luminosi tra le centinaia di migliaia di microscopiche specie viventi che popolano gli oceani (ma anche i laghi, i fiumi, le paludi, e l’acqua della pioggia) e che vengono chiamati “plancton” (errante) confondendoli generalmente con le alghe. Tenendo conto anche dei virus e batteri, si dice che una singola goccia d’acqua, salata o fresca, in forma liquida o di altro tipo, contenga 100 milioni di volte più “germi” di tutte le stelle di un cielo estivo.

“La Microgiungla del mare”: così Domenico D’Alelio l’ha battezzata in un interessante libro (Hoepli, 2020) che rende loro giustizia in termini di ecologia evolutiva. In effetti, la storia del plancton, risale alle sorgenti stesse di tutta la vita sul nostro pianeta. Quasi quattro miliardi di anni fa, gli antenati di alcuni batteri planctonici (cianobatteri) inventarono la fotosintesi, trasformando la luce solare in energia chimica sotto forma di glucosio, assorbendo CO2 e infine rilasciando ossigeno nell’atmosfera.
Cosi i microorganismi (cianobatteri) hanno creato il clima che ha permesso l’evoluzione di tutti gli esseri viventi . “In poco parole, senza di loro, senza questa microgiungla, non esisteremmo, quindi non saremmo qui a parlarne, o a cercare soluzioni a una crisi climatica, che noi umani abbiamo contribuito a provocare al termine di un’espansione senza precedenti della nostra specie”, riassume Domenico D’Alelio. “Ognuno di noi porta sulla propria pelle, sul proprio ombelico, sul proprio intestino, sul proprio microbiota i testimoni di questa lunga storia coinvolgendo gli antenati di piante, funghi, animali e quindi dell’uomo”, ricorda il biologo dell’Anton Dohrn di Napoli. Aggiungiamo che gli organismi marini, sotto forma di fossili, hanno creato tutto il calcare che ci ha aiutato a costruire città e monumenti, prima dell’arrivo del cemento. O anche, più di recente, ci hanno permesso di usare i combustibili cosiddetti “fossili” che hanno contribuito a decuplicare la popolazione umana. Anche il gas e la benzina arrivano dai fossili marini.
L’Oceano e la sua microgiungla hanno fino a oggi combattuto attivamente per posticipare la catastrofe di un pericolo climatico, che appare – come sappiamo – sempre più prossimo. Direttamente o indirettamente. “Se gli alberi e le praterie terrestri catturano CO2, è perché nelle loro foglie contengono ancora e sempre cianobatteri, che producono la fotosintesi. La loro presenza testimonia una simbiosi antichissima, frutto di una cosiddetta primaria evoluzione, avvenuta ancor prima della colonizzazione della terra da parte delle felci giganti”, continua e sottolinea Emanuela Dattolo. Più direttamente, questa volta grazie in particolare a queste piante in fiore che, dopo un periodo trascorso tra l’acqua e la terra, hanno fatto la scelta di tornare alle acque originarie, allo stesso modo dei mammiferi marini .
È il caso della Posidonia oceanica, nota come il “polmone” del nostro Mediterraneo, che sequestra a una velocità, senza pari fuori dell’acqua, il 10% della CO2 assorbita dall’oceano e che gioca un ruolo di primo piano nello stoccaggio di anidride carbonica del pianeta. Non possiamo che essere preoccupati che ogni mezz’ora scompaia su scala globale “un prato” di queste fanerogame equivalente alla superficie di un campo di calcio.
A questo aggiungiamo che le diatomee, “gioielli” capaci di fabbricare il vetro a temperatura ambiente, che si ritrovano nel phytoplancton vegetale, sono campionesse assolute della fotosintesi oceanica. Assorbono il 40% di CO2, cioè tanto o più di tutte le foreste primarie emerse. E aggiungiamo anche che uno dei contemporanei discendenti dei primi cianobatteri, gli organismi più diffusi della Terra, sintetizza un altro 10%, comprendiamo l’importanza di proteggere e preservare gli oceani per salvare l’uomo. Come ha ribadito l’ONU lanciando il Decennio delle scienze oceaniche per lo sviluppo sostenibile, nel plancton si racchiude una delle sfide del nostro secolo.






