Il tumore al seno comprende forme differenti, ciascuna con caratteristiche biologiche e risposte alle terapie specifiche. È il punto da cui parte il professor Giovanni Corso, chirurgo senologo dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, nell’intervista pubblicata il 19 ottobre 2026 e firmata da Giulia Mancinelli.
Nel colloquio Corso ricostruisce le nuove frontiere della ricerca e i progressi della medicina di precisione. Per lui la strada più promettente resta la cura costruita sul singolo caso: «Credo che la prospettiva più promettente sia la possibilità di rendere le cure sempre più personalizzate». Il motivo sta nella biologia del tumore: «Non possiamo applicare a tutte le pazienti lo stesso approccio, perché ogni tumore ha una propria storia biologica», spiega.
Mutazioni ereditarie e carcinoma lobulare
Il lavoro di Corso riguarda in particolare il carcinoma lobulare della mammella, una forma «che presenta caratteristiche biologiche specifiche e che richiede ancora importanti approfondimenti». Con il gruppo di ricerca studia «il ruolo delle mutazioni ereditarie del gene CDH1 e il significato prognostico delle mutazioni di BRCA1 e BRCA2».
Lo studio delle predisposizioni genetiche ereditarie serve a individuare le donne più a rischio e a costruire percorsi di prevenzione su misura. «La ricerca ci permette di comprendere meglio le alterazioni genetiche e molecolari che determinano il comportamento del tumore, individuando nuove opportunità per prevenirlo, diagnosticarlo precocemente e trattarlo in modo più efficace».
Terapie meno intensive, solo con le prove
La caratterizzazione biologica del tumore, e in alcuni casi i test molecolari e genomici, permettono di riconoscere le pazienti che potrebbero beneficiare di un approccio meno aggressivo. «Questo significa anche poter evitare, quando possibile, terapie non necessarie», dice Corso. Il limite è netto: «Ridurre un trattamento è una scelta appropriata soltanto quando esistono evidenze scientifiche che ne dimostrino la sicurezza». Anche chirurgia e radioterapia, aggiunge, «sono diventate sempre più personalizzate».
Sul piano della vita quotidiana il vantaggio si misura negli effetti collaterali. «Evitare trattamenti inutilmente intensi significa ridurre gli effetti collaterali, favorire il recupero e consentire alle donne di tornare prima alle proprie attività». Corso cita stanchezza persistente, dolori articolari, disturbi del sonno e sintomi della menopausa indotta dalle terapie tra le conseguenze che restano anche dopo la malattia. «Oggi la qualità della vita deve essere considerata parte integrante del percorso di cura».
Accesso alle cure e sostegno alla ricerca
Alla domanda sul rischio che la distanza tra ciò che la scienza offre e ciò che il sistema sanitario garantisce diventi un problema, Corso risponde: «Sì, è un rischio concreto». «L’accesso alle nuove terapie e agli strumenti diagnostici può dipendere dalla disponibilità di risorse, dai tempi di approvazione, dall’organizzazione dei servizi sanitari e dalla distribuzione dei centri specializzati».
Un sostegno arriva dalla Fondazione IEO-MONZINO ETS, che finanzia «progetti di ricerca, borse di studio e iniziative formative» e promuove la campagna Follow the Pink, che «contribuisce inoltre a convogliare attenzione e risorse verso la ricerca sui tumori femminili». «La continuità dei finanziamenti è particolarmente importante per ricerche che richiedono anni di lavoro prima di arrivare a risultati applicabili nella pratica clinica», osserva Corso.
Sugli obiettivi futuri mantiene un tono prudente: «Non sarebbe serio promettere che riusciremo a sconfiggere ogni forma di tumore al seno entro una data precisa».







