Engage, questo il nome del primo Game Boy senza batteria chimica che verrà presentato a UbiComp 2020, la fiera informatica internazionale che si terrà in digitale dal 12 al 17 settembre. Realizzato dai ricercatori statunitensi della Northwestern University insieme ai colleghi olandesi della Delft University of Technology, il prototipo, del tutto simile alla celebre console portatile giapponese nata nel 1989, rigenera la propria carica alternando due sistemi: l’assorbimento della luce solare e la trasformazione in energia della pressione esercitata sui tasti dalle dita del giocatore. Potenzialmente, si potrebbe giocare all’infinito.
La console di gioco presenta dei pannelli solari installati intorno allo schermo e, appunto, dei pulsanti smart per convertire la pressione in energia. Anche se, quando passa da un tipo di alimentazione all’altro, il dispositivo va incontro a brevi perdite di potenza. Ma non è tutto. Nel caso fosse interrotta la produzione di energia è stata messa a punto una nuova tecnica per conservare lo stato del sistema in una memoria non volatile, in modo da poter riprendere il gioco esattamente da dove si era interrotto non appena si riacquista potenza.
C’è da dire che se non dovesse esserci molta luce solare il gioco risentirebbe di interruzioni circa ogni dieci secondi, ma i ricercatori assicurano che si tratta di un lasso di tempo inferiore al secondo. Dunque, sebbene un tale scenario non sia affine con videogiochi ricchi di azione, dove è richiesta una reattività e fluidità fuori dalla media, gli utenti possono comunque utilizzare il game boy in giochi più statici, come i grandi classici Tetris, Solitario e Scacchi.
Josiah Hester, capo-ricercatore della Northwestern University, commenta: “Il gioco sostenibile diventerà una realtà e noi abbiamo compiuto un importante passo in questa direzione, sbarazzandoci della batteria”. “Con la nostra piattaforma vogliamo dimostrare che è possibile realizzare un sistema di gioco sostenibile, praticamente infinito, che fa divertire mentre si ricarica”, conclude il ricercatore Przemyslaw Pawelczak dell’università olandese di Delft.





