Alla pompa arriva il prodotto della raffinazione, mentre il greggio resta la materia prima a monte. Lo ricostruisce Il Messaggero del 23 ottobre, seguendo il percorso che dal barile porta al litro e le leve che possono alleggerire il conto delle famiglie. Il punto di partenza è l’ennesimo aumento del Brent, con la crisi nel Golfo Persico cominciata il 28 febbraio dopo l’attacco all’Iran.
Dalla petroliera alla colonnina: settimane di ritardo
Il passaggio dal prezzo del greggio a quello dei raffinati richiede tempo: le petroliere viaggiano per settimane prima di raggiungere la raffineria. Quando gli impianti sono fermi o danneggiati nasce una scarsità di prodotti che si trasferisce sui listini.
Due i casi citati dal giornale. In Russia le compagnie petrolifere si sono rivolte a raffinatori indiani per rifornire il mercato interno, dopo che gli attacchi ucraini hanno ridotto la capacità produttiva ai livelli più bassi da 21 anni. Nel Golfo gli impianti colpiti dagli attacchi iraniani lavorano a meno della metà rispetto ai livelli precedenti alla guerra.
Negli Stati Uniti la benzina è aumentata più o meno quanto il greggio WTI, e il diesel anche di più. Una spiegazione sta nei margini delle raffinerie americane, sostenuti dalla forte domanda di prodotti raffinati dal resto del mondo e dalla riduzione delle scorte. La domanda interna resta rigida: l’auto fa parte del modo di vivere e il trasporto pubblico lascia a desiderare.
In Italia il fisco vale quasi il 60% del prezzo
Sul prezzo finale dei raffinati incidono i costi di raffinazione e di distribuzione, con i relativi margini, e i costi fiscali. Il peso delle imposte cambia molto da paese a paese: in Italia sfiora il 60%, nell’Eurozona il valore minimo è il 44% in Bulgaria. Negli Stati Uniti si va dal 17% della California al 2% dell’Alaska, in Giappone si aggira intorno al 29%.
Il carico fiscale italiano ha attutito la risposta del prezzo alla pompa rispetto all’aumento del Brent. Secondo il giornale un taglio delle accise aiuta anche i redditi alti; per il pieno delle famiglie meno abbienti esistono vie più mirate. La benzina, bene ad alta frequenza di acquisto, pesa sulle attese di inflazione dei consumatori.
Il tetto giapponese da 170 yen e i 10 miliardi di fine anno
Il Giappone ha scelto la leva del debito e dei sussidi. Il prezzo alla pompa è salito del 5% contro un aumento del 71% del greggio, entrambi in yen. Il governo ha in pratica fissato un limite di 170 yen per litro e, dopo l’attacco di Usa e Israele all’Iran, ha deciso un incentivo alle raffinerie da 30 yen al litro.
I prezzi internazionali della benzina sono oggi del 30% più alti rispetto al 2022, eppure le famiglie giapponesi pagano più o meno gli stessi prezzi grazie ai sussidi. Il costo per le finanze pubbliche è di almeno 6 miliardi di euro e potrebbe arrivare a 10 miliardi a fine anno, con un debito pubblico oltre il 200% del Pil sostenuto dagli acquisti di titoli della Banca centrale.
Sul fronte dell’offerta, la produzione di petrolio fuori dal Golfo è già aumentata e difficilmente salirà ancora, mentre le scorte si sono ridotte. La Cina, che era il maggior importatore di greggio, ha comprato molto meno dall’inizio della crisi. Il cancelliere Merz ha osservato che gli iraniani sono abili a negoziare, o, come ha detto, a «non-negoziare».







