L’idea dell’azienda guidata da Snam Rete Gas è quella di creare la cosiddetta Italian Hydrogen Backbone, ovvero 1.900 chilometri di rete interna. Per non far lievitare i costi, oltre il 65% del tracciato sfrutterà i vecchi metanodotti riconvertiti. Alla fine della fiera, l’adeguamento delle sole condotte italiane assorbirà circa 200 milioni di euro.
Dall’altra parte del canale di Sicilia, la Tunisia sta provando a fare il salto di qualità. Non si tratta di fare i passacavi per conto terzi, ma di produrre idrogeno in casa sfruttando il sole del sud per poi venderlo agli europei.
E non parliamo di spiccioli. Il piano tunisino punta a sfornare 8,3 milioni di tonnellate all’anno entro il 2050, con oltre due terzi del volume già destinati all’esportazione verso le industrie del Nord Europa.
Sul campo le carte iniziano a girare sul serio. C’è l’intesa con i sauditi di Acwa Power per 600 mila tonnellate l’anno a regime, e poi c’è il faldone H2 Notos (messo in piedi da TE H2 con gli austriaci di Verbund) che ipotizza investimenti monstre fino a 40 miliardi di euro nel lungo periodo. L’idea? Produrre idrogeno nel deserto usando l’acqua di mare desalinizzata. A Gabès hanno pure avviato un test più piccolo, pensato per ricavare ammoniaca verde da dare ai produttori di fertilizzanti locali.
I problemi veri? L’acqua e i soldi. Usare i dissalatori in una terra dove l’acqua potabile manca già solleva più di un dubbio ecologico. Senza contare che le decisioni finali sugli investimenti più corposi devono ancora arrivare.
Ma Bruxelles ha fretta. L’Unione Europea ha blindato il SoutH2 Corridor inserendolo tra i Progetti di Interesse Comune (PCI) e ha già staccato un primo assegno da 24 milioni di euro per gli studi di ingegneria della tratta italiana. Se la stretta di mano a cinque tra Roma, Berlino, Vienna, Tunisi e Algeri terrà botta, il gas comincerà a scorrere nei tubi nei primi anni del 2030.







