A Trieste la distribuzione di coperte e pasti ai migranti è consentita dalle 18 alle 20 e vietata nel fine settimana. La misura è stata decisa per ragioni di ordine pubblico; nel weekend il divieto serve a consentire il libero svago. La sera, quando scende il buio, le luci blu delle camionette illuminano piazza Libertà e davanti ci sono gli agenti schierati. Sotto la statua della principessa Sissi si vedono ragazzi e un gruppetto di volontari che smistano coperte e pasti; non ci sono presidi né manifestazioni.
Dalle 18 alle 20, poi tutti a casa
Per questura e prefettura si tratta di un problema di sicurezza che da aprile ha richiesto l’impiego di 36 funzionari, 106 operatori dei presidi territoriali e 1740 del reparto mobile. La città da tre anni ha visto tornare i militari al valico e da agosto, per decreto, è zona di transito e frontiera. La destra cittadina e regionale applaude.
Le restrizioni hanno paralizzato l’attività delle associazioni. Gianandrea Franchi, professore di storia e filosofia, a 90 anni suonati, che con la moglie Lorena Fornasir ha fondato una decina d’anni fa Linea d’ombra, dice: «Ci hanno lasciato l’ora d’aria». Veronica, fra le storiche dell’associazione, racconta: «Ogni giorno ci chiedono di tornare, ma non possiamo rischiare che vietino anche questo».
Le 24mila firme e la rete attorno a Linea d’ombra
In pochi giorni sono state raccolte 24mila firme. Attorno a Linea d’ombra c’è una rete che tiene insieme scout, centri sociali, Diaconia valdese, medici e professori volontari, associazioni e ong come Mediterranea e ResQ, gruppi da mezzo Nord-Est e dall’Emilia. Il vescovo di Trieste, monsignor Enrico Trevisi, in una nota afferma: «L’indifferenza verso chi soffre è una grave malattia che va curata».
Lara, volontaria, dice: «Dicono di garantire la sicurezza, ma siamo noi a farlo». Poi aggiunge: «Le persone hanno l’abitudine di mangiare, coprirsi. Se non lo trovano qui, proveranno a procurarselo in un altro modo». In città esiste una rete solidale strutturata, dalla mensa della Caritas al centro diurno, dai dormitori all’ambulatorio dei medici di Donk.
Chi aspetta tra i magazzini del Porto vecchio
Gli arrivi sono in aumento del 31%, secondo i censimenti delle associazioni, e la Slovenia conferma protestando per il perdurare della frontiera. Secondo le associazioni le persone in strada sono circa 130, e per più della metà ci sarebbe posto in accoglienza. Gianfranco Schiavone di Ics, Consorzio italiano di solidarietà, dice: «Noi abbiamo 74 posti» e «da mesi non mandano nessuno». Aggiunge: «Trieste è un laboratorio della repressione che crea illegalità».
Dopo l’approvazione del patto Ue, per circa due mesi le nuove procedure previste per chi arriva dai «Paesi sicuri» e cerca di eludere i controlli alle frontiere esterne sono state applicate anche ad afghani, curdi, vulnerabili o a chi si è presentato in questura. Schiavone dice: «Il 98% è stato annullato in tribunale». E ancora: «Adesso c’è una nuova strategia; le persone sono costrette ad aspettare 85-90 giorni prima di poter richiedere asilo. In mano gli rimane solo un invito a presentarsi e rimangono abbandonati in strada».
Molti si arrangiano tra quel che resta dei magazzini del Porto vecchio, chiusi con transenne e filo spinato, altri murati; qualcuno però dà ancora riparo a chi aspetta. Barhun è lì da quattro mesi, in Nepal era un attivista, è scappato dopo un violento pestaggio delle forze di sicurezza e una lunga cicatrice gli attraversa il viso: «Avevo l’appuntamento per chiedere asilo, per tre volte mi hanno mandato via. Non so dove altro andare». Mamun è arrivato da poco: «Non potevo pagare e i passeurs mi hanno strappato il passaporto. In questura mi hanno detto che non posso chiedere asilo. Come faccio?».







