Nel suo ultimo articolo per The Atlantic intitolato “End the phone-based childhood” (“Bisogna porre fine all’infanzia basata sul telefono”), lo psicologo Jonathan Haidt denuncia l’elevato e crescente numero dei suicidi tra gli adolescenti registrato negli Stati Uniti a partire dal 2010.
Un fenomeno da ricondurre principalmente, secondo Haidt, alla diffusione degli smartphone e all’uso dei social network. “All’improvviso qualcosa è andato e terribilmente storto per gli adolescenti all’inizio degli anni 2010”, scrive citando una serie di statistiche, dalle quali si evince come “i tassi di depressione e ansia negli Stati Uniti, abbastanza stabili negli anni 2000, siano aumentati di oltre il 50% in molti studi dal 2010 al 2019”. In questo periodo il tasso di suicidi tra le persone adolescenti è aumentato di circa 50%. In particolare, tra le ragazze tra i 10 e i 14 anni è più che raddoppiato.
Secondo Haidt, che ha dedicato molto tempo agli studi sul comportamento degli adolescenti e sull’effetto delle tecnologie sullo sviluppo cognitivo dei giovani, la causa è da rintracciare nell’uso incontrollato degli smartphone. “È come se avessimo mandato la Gen Z a crescere su Marte quando abbiamo dato loro gli smartphone all’inizio degli anni 2010 nel più grande esperimento incontrollato che l’umanità abbia mai eseguito sui propri figli”, scrive nel suo libro The Anxious Generation: How the Great Rewiring of Childhood.
I suoi studi si concentrano sugli Stati Uniti, ma anche il quadro relativo alla salute mentale degli adolescenti in Italia non è incoraggiante. Una ricerca realizzata l’anno scorso dalla Fondazione Gemelli IRCCS insieme a Unicef e all’Unità Operativa Semplice (UOS) di Psicologia Clinica rivela che sul campione di popolazione analizzato (1.571 giovani), il 39% soffre di sintomi affettivo-ansiosi o depressivi. Tra questi giovani, il 47% ha manifestato Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), mentre il restante 53% presenta altre condizioni, inclusi disturbi del neurosviluppo.
Dati coerenti alle ricerche di Haidt, secondo il quale l’accesso costante a Internet tramite smartphone ha alterato le esperienze quotidiane e i processi di sviluppo cognitivo degli adolescenti. Il declino generale nella salute mentale degli adolescenti non è dovuto soltanto a quella che Haidt definisce “un’infanzia basata sul telefono”, ma ad influire negativamente è anche un radicale cambiamento del ruolo dei genitori, che tendono ad essere iper protettivi nei confronti dei propri figli e limitarne le opportunità di gioco in contesti controllati, magari all’aperto e non all’interno di una realtà virtuale, in cui possano costruire la loro autonomia e autoefficacia.
Per contrastare la crescita di questo fenomeno e tutelare la salute mentale dei più giovani, Haidt fornisce ai genitori quattro consigli: promuovere un maggiore gioco senza supervisione e una maggiore indipendenza durante l’infanzia, permettendo ai bambini di assumere responsabilità in contesti controllati e di costruire la propria autonomia; imporre restrizioni sull’uso degli smartphone, vietandone per esempio l’uso prima dell’inizio del liceo e impedire l’accesso ai social media prima dei 16 anni; implementare politiche scolastiche che vietino l’uso del telefono durante l’orario scolastico; proibire lo smartphone a scuola.







