La criminalità organizzata italiana, soprattutto la ‘ndrangheta calabrese, è sopravvissuta ed è progredita tramandando il proprio impero da padre in figlio.
La legge “Liberi di Scegliere”, approvata in via definitiva dal Senato, mira a spezzare questa catena.
La genesi della legge
La nuova normativa estende a livello nazionale un progetto nato in Calabria per offrire ai figli e alle mogli dei boss una via d’uscita concreta dal circuito mafioso.
Il progetto a cui si ispira la legge nasce nel 2011 da un’intuizione di Roberto Di Bella, allora presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria che aveva notato che i giovani che finivano in carcere erano spesso figli o nipoti di boss già condannati. Questa semplice osservazione bastava a evidenziare il fallimento del sistema delle pene e la difficoltà ad arrestare il ciclo criminale.
Si pensi specialmente alla ‘ndrangheta, fondata interamente sul legame di sangue. Sono pochissimi i pentiti di ‘ndrangheta, perché collaborare significherebbe denunciare familiari e parenti.
I punti principali della nuova legge
Liberi di Scegliere tutela minori e giovani fino a 25 anni cresciuti in contesti malavitosi. Con questa legge oggi è possibile trasferire i giovani e i parenti che li accudiscono al di fuori della regione d’origine; fornire alloggio, percorsi scolastici, formazione professionale e supporto psicologico; in casi estremi, assegnare nuove identità protette.
Viene tutelata prioritariamente l’unità tra madri e figli, a patto che le mamme recidano ogni contatto con i clan. In caso contrario, il Tribunale può disporre l’affido a strutture protette o ad altre famiglie.
Per Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio, la legge “rappresenta un tassello fondamentale per innovare la legislazione antimafia costruita da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino”.
Per Chiara Colosimo, Presidente della Commissione parlamentare Antimafia, “nessun ragazzo deve essere condannato dal cognome che porta o dall’ambiente in cui nasce.” Don Luigi Ciotti di Libera parla di “enorme gioia” per l’approvazione della legge, mentre Roberto Di Bella, giudice e ideatore dell’iniziativa, ha ricevuto minacce dai boss in carcere.







